p 189 .


Capitolo Nove. Roma e la filosofia.

Paragrafo 1 . Nos hic philosophomen.(1)
     
Introduzione.

"La  filosofia   rimasta fino ad oggi negletta e  su  di  essa  la
letteratura  latina  non  ha  fatto  nessuna  luce;  ma  io   debbo
illuminarla ed esaltarla, cos che, se nelle attive faccende  della
vita,  io sono stato di qualche utilit ai miei concittadini, potr
esserlo anche, se mi riuscir, standomene ozioso"(2).
     Queste  poche righe di Cicerone racchiudono tutti  i  problemi
che  ci  troviamo ad affrontare parlando di filosofia  a  Roma:  la
filosofia  come oggetto estraneo alla cultura latina; la  necessit
che  tutto ci che viene compiuto sia utile allo stato; il concetto
di otium.
     
La comparsa della filosofia greca a Roma.
     
     Quando  Cicerone  scrive le Tusculanae disputationes,  nel  44
avanti  Cristo, la filosofia greca era giunta da tempo a  Roma.  Il
mondo  latino conosceva bene, ad esempio, l'epicureismo, che  aveva
espresso  anche in forme poetiche molto elevate - si  pensi  al  De
rerum natura di Lucrezio -, ma, evidentemente, per Cicerone, quella
epicurea  non era filosofia o, pi probabilmente, era una filosofia
"sbagliata"(3).
     La  filosofia greca, al suo apparire sullo scenario del  mondo
romano,  dominato  dalla politica, minacciava di  provocare,  e  in
parte  aveva  provocato,  quegli effetti che  non  riusciva  pi  a
produrre  nella societ ellenistica. Si pensi alla gi ricordata(4)
espulsione da Roma dei filosofi epicurei Alicio e Filisco, accusati
di  introdurre  costumi licenziosi, e alla risonanza  che  ebbe  la
presenza  a Roma di Carneade(5), membro di un'ambasceria  ateniese,
nel 155 avanti Cristo
     
     p 190 .
     
     La filosofia greca, a contatto con la cultura romana, si trova
al  centro  dello  scontro politico, che assume  quindi  anche  gli
aspetti di un confronto filosofico e che vede schierata da un  lato
la  filosofia  epicurea, mirante al raggiungimento  della  felicit
individuale  e  al disimpegno dalla vita pubblica, e dall'altro  un
certo stoicismo che si propone di interpretare e "giustificare"  la
potenza romana, riprendendo il dibattito che risaliva ai sofisti, a
Socrate e a Platone, sulla giustizia e sulla natura dello stato.
     
Lo stato e la riflessione sulla giustizia.
     
Roma  incontra la filosofia nel corso dell'espansione  del  proprio
dominio sul bacino nel Mediterraneo. Da quella espansione nasce una
crisi  delle istituzioni repubblicane che trover sbocco nel regime
imperiale. Sul piano strettamente politico questa crisi di crescita
si  manifesta  nelle  guerre civili, su quello pi  generale  della
cultura impone una riflessione approfondita sulla giustizia e sulla
natura dello stato.
     A  differenza  di  quanto era avvenuto in  Grecia  -  dove  le
proposte dei filosofi, ad eccezione di certa sofistica e solo molto
parzialmente di Platone, non trovavano mai un terreno  di  verifica
pratica  -,  a  Roma  la situazione politica estremamente  dinamica
rappresenta  un  banco  di  prova per  le  considerazioni  di  tipo
teorico.  I  Romani,  ad  esempio,  hanno  accolto,  sviluppato   e
applicato  in  pratica certe intuizioni di Crizia e Isocrate  sulla
religione;(6)  il filosofo stoico Gaio Blossio ebbe come  discepolo
Tiberio  Gracco,  fortemente impegnato in  politica  e  sostenitore
della riforma agraria.
     
L'Accademia e Carneade.
     
L'Accademia,  la scuola fondata da Platone ad Atene e  destinata  a
durare  fino  al 529 dopo Cristo, quando fu chiusa da  Giustiniano,
pu  rappresentare un indicatore significativo della dinamica della
filosofia greca e quindi anche del suo rapporto con la romanit. Il
primo periodo della sua attivit  noto come Accademia antica e  va
dalla  fondazione  (387 avanti Cristo) alla nomina  a  scolarca  di
Arcesilao  di  Pitane (prima met del terzo secolo avanti  Cristo);
questa  fase   caratterizzata dall'approfondimento delle  dottrine
del maestro, con una particolare attenzione riguardo ai problemi di
tipo matematico, e conduce a un riavvicinamento al pitagorismo, che
comunque

p 191 .

era  sempre  stato  presente nel pensiero  di  Platone.  Contro  il
platonismo dell'Accademia antica sono rivolte le critiche pi  dure
di Aristotele.
     Il periodo dell'Accademia di mezzo, fino alla seconda met del
secondo secolo avanti Cristo, fu dominato dalla polemica contro  lo
stoicismo:  una  teoria  della conoscenza, fondata  sull'esperienza
sensibile,  come  quella  degli stoici,  non  poteva  certo  essere
accettata  dai  discepoli di Platone; la loro critica  fu  talvolta
cos radicale da raggiungere posizioni di tipo scettico.
     L'Accademia  nuova,  infine, pur cercando  di  riaffermare  la
dogmatica  platonica dell'Accademia antica, accett  una  serie  di
contenuti, soprattutto in campo etico, sia del pensiero stoico  sia
di  quello  aristotelico: il neoplatonismo(7) rappresenter  quindi
una  sintesi,  anche sul piano formale, di tutti gli  elementi  che
avevano concorso a formare il nucleo originario del pensiero greco.
     Carneade  fu  a capo dell'Accademia alla fine del periodo  "di
mezzo".  Fortemente polemico nei confronti dello stoicismo, assunse
un  atteggiamento  di  tipo  scettico, non  radicale  ma  piuttosto
probabilistico: non  possibile essere certi di nulla, ma  in  base
all'esperienza  possibile valutare le probabilit di  riuscita  di
una scelta.
     Nel  155  avanti  Cristo  Carneade fu inviato  da  Atene  come
ambasciatore a Roma, insieme ai filosofi Critolao, aristotelico,  e
Diogene di Babilonia, stoico, perch convincesse i senatori  romani
a  ritirare  il decreto con cui si condannava Atene  a  pagare  una
forte multa per aver saccheggiato la citt di Oropo.
     Carneade  parl  in Senato e le sue parole ebbero  un  effetto
tale  che se ne sente ancora viva l'eco, un secolo pi tardi, nella
testimonianza di Cicerone. Prima dimostr con argomenti convincenti
il  valore  della  giustizia,  quindi,  con  argomenti  altrettanto
convincenti,  ne  sostenne l'assurdit.(8)   Carneade  dimostr  ai
senatori  romani  che nei rapporti fra gli stati  non  pu  esserci
giustizia:  se  Roma  avesse voluto essere davvero  giusta  avrebbe
dovuto  restituire  ci  che  aveva  tolto  ad  altri  con  le  sue
conquiste;  Roma,  nelle  sue  scelte,  ha  certamente  seguito  il
criterio della prudenza e quello dell'utilit, ma di sicuro non  la
giustizia.  Roma  la prova tangibile che la giustizia  in  s  non
esiste,  n come Idea platonica, n come ordine razionale e  divino
del Lgos degli stoici.
     Carneade,  con la sua ambasceria a Roma e con i suoi  discorsi
davanti  al Senato, evidenzia in maniera inequivocabile la frattura
tra la filosofia greca dell'et classica e il mondo romano.
     Gli    effetti   pi   rilevanti   della   critica    scettica
dell'accademico  Carneade si avranno, come vedremo,  non  tanto  in
Grecia quanto a Roma.
     
Polibio.
     
L'unificazione  politica  del  Bacino  del  Mediterraneo  sotto  il
dominio  di  Roma appare come la premessa per la creazione  di  una
sorta di "impero universale",

p 192 .

quasi  un luogo fisico in cui possano attuarsi ed essere verificati
anche  i  princpi  pi  generali della filosofia.  Emblematica  di
questa  nuova situazione  la vicenda di Polibio, lo storico  greco
nemico dichiarato e convinto dei Romani, che, dopo la battaglia  di
Pidna  (168  avanti Cristo), fu inviato come ostaggio  a  Roma.  In
seguito al contatto con il Circolo degli Scipioni(9),  egli elabor
una teoria della vocazione di Roma al dominio universale.
     Conscio  della fine di un'epoca, nelle sue Storie in  quaranta
libri  che narrano le vicende di Roma dal 264 al 144 avanti Cristo,
idealizz  la costituzione romana(10) vedendola come la  forma  pi
alta  di  democrazia, come la possibilit di conciliare la  libert
con  l'ordine  dello  stato, e di stabilire  un  equilibrio  e  una
armonia tra i diversi popoli sotto la guida di Roma.
     Ovviamente anche la storia di Polibio  una storia "di parte".
Ad  esempio,  egli ricerca e descrive le responsabilit individuali
soltanto  per  i condottieri non romani; non analizza  i  conflitti
interni  alla classe dirigente romana o quelli tra Roma  e  i  suoi
alleati,  e  cos  via. Ma proprio per questo  apre  la  strada  al
superamento  della  frattura  indicata  da  Carneade;  in   realt,
sostiene  Polibio, si pu dire che cosa  la giustizia: essa    la
costituzione e il dominio dei vincitori romani.(11) L'opera storica
del  greco  Polibio che esalta la grandezza di Roma  fornisce  alle
tradizionali "scuole", prima fra tutte quella stoica, il  materiale
per una riflessione pi strettamente filosofica.
     
La Media Sto di Panezio e di Posidonio.
     
La  consapevolezza della nuova situazione dimostrata da Polibio non
poteva  non  coinvolgere  anche le scuole filosofiche,  soprattutto
l'Accademia  e  la Sto. Da un lato l'Accademia mitig  il  proprio
atteggiamento  scettico  e  la polemica  contro  gli  stoici,  come
abbiamo  accennato; dall'altro ci fu un rinnovamento  della  scuola
stoica ad opera di Panezio di Rodi.
     Panezio si dedic allo studio della filosofia ad Atene,  sotto
la  guida dello stoico Diogene di Babilonia(12). Si trasfer quindi
a Roma, dove il Circolo degli Scipioni rappresentava ormai un forte
polo di attrazione per gli intellettuali greci.
     La  Media  Sto  vede,  con  Panezio,  la  ripresa  di  motivi
platonici  e  aristotelici. La virt non pu  essere,  come  invece
volevano gli stoici antichi, un fatto individuale, il rapporto  del
singolo,  in  particolare  del  saggio,  con  l'ordine  universale:
l'azione  morale  si  misura  nel rapporto  con  gli  altri  uomini
all'interno
     
     p 193 .
     
     dello  stato. L'impegno politico torna ad essere  -  come  era
stato nella plis greca del quinto e del quarto secolo - il terreno
di  verifica  dell'etica. L'opera di Panezio Sul dovere  (Per  to
kathkontos)  eserciter  una grande  influenza  su  Cicerone,  che
tratter gli stessi argomenti nel De officiis.
     Posidonio  fu  discepolo di Panezio e continu  la  tradizione
della  Media Sto aprendo una scuola a Rodi, dove ebbe come scolari
molti  Romani  influenti, quali Cicerone, Pompeo  e  Varrone.  Egli
ripropose  la  concezione  del mondo  come  un  immenso  organismo,
all'interno  del quale pulsa il Lgos eterno, ragione  e  fonte  di
vita  universale. Oltre che di numerose opere filosofiche,  autore
di  cinquantadue libri di Storie, che riprendono la narrazione dove
l'aveva  interrotta Polibio (144 avanti Cristo) per  arrivare  fino
alla  dittatura  di Silla (82 avanti Cristo), e sono  sostenuti  da
un'idea   guida:  la  civilt  romana    incarnazione  del   Lgos
universale.
     
Cicerone.
     
Costretto  a ritirarsi dalla vita politica,(13) Cicerone scrive  ad
Attico  che  nell'"esilio" di Tuscolo occupa il  tempo  dedicandosi
alla  filosofia, quasi fosse un ripiego, non avendo altro da  fare.
In  realt Cicerone, come i Romani della classe dirigente  del  suo
tempo, si era formato sulla cultura e sulla filosofia greca.
     Le opere di Cicerone di argomento strettamente filosofico sono
una  ventina(14)  e  furono quasi tutte  scritte  nell'arco  di  un
anno.(15)  Esse non sono certo il frutto di un improvviso interesse
per la filosofia e nemmeno una pura e semplice raccolta di testi  e
di traduzioni: vi si trova piuttosto l'espressione delle conoscenze
e delle riflessioni che Cicerone aveva maturato nel corso della sua
vita(16)  (del  resto  un'opera  ciceroniana  di  grande  rilevanza
filosofica, il De re publica, risale al 54-51 avanti Cristo,  epoca
in cui Cicerone era pienamente impegnato nell'attivit politica).
     Rispetto  ai problemi di natura filosofica, Cicerone cerca  di
riferirsi  direttamente alla lettura dei testi dei  grandi  maestri
greci  - primo fra tutti Platone -,(17) e proprio per questo    in
grado  di  individuarne i limiti rispetto alla  mutata  situazione:
rispettare  il  loro pensiero, ma leggerlo alla luce  delle  nostre
esigenze;
     
     p 194 .

     questo sembra essere il suo atteggiamento di fondo.(18)
     Di fronte all'obiettivo di definire la giustizia, Cicerone non
esita  a  criticare Platone e a metterne in discussione il concetto
stesso di filosofia: "Non pu quindi soddisfare quanto dice Platone
a  proposito  dei filosofi, che sono giusti in quanto  si  occupano
della  ricerca  del Vero e disprezzano e per nulla  stimano  quelle
cose   che  i  pi  desiderano  ardentemente,  disputandosele   con
accanimento.  Mentre  infatti  adempiono  il  primo  dovere   della
giustizia,  col  non  fare  male  ad  alcuno,  trascurano  l'altro:
attirati  infatti dall'amore della ricerca, non si  preoccupano  di
coloro che dovrebbero proteggere"(19).
     Non c' giustizia senza stato, sostiene Cicerone: giustizia  
aver  cura  di  coloro che si devono proteggere. E  questa  cura  
possibile solo da parte dello stato.
     Del  resto  uno  stato  tale solo in quanto  artefice  della
giustizia:  non  c'  stato  senza giustizia.  Con  un  riferimento
diretto  a  quanto  aveva affermato Carneade, secondo  il  quale  i
rapporti  fra  gli  stati  e  i  popoli  non  possono  che   essere
ingiusti,(20)  Cicerone sostiene che "non solo   falsa  l'opinione
che  non  si  possa  governare senza commettere ingiustizia,  ma  
assolutamente  vero  che non si pu in alcun modo  governare  senza
rispettare la giustizia"(21).
     La  giustizia  e  lo stato non sono realt ideali,  ma  realt
operanti nella storia: il diritto naturale e universale si  incarna
-  come  sostenevano  Polibio, Panezio e Posidonio  -  nel  diritto
romano, e la sapienza filosofica non pu fare a meno della sapienza
politica:  "Il sapiente non deve minimamente trascurare la  scienza
politica (rerum civilium scientia)"(22).
     La  virt  per  Cicerone  legata alla "socialit  del  genere
umano",  e  non  pu  essere  quindi  un  fatto  individuale,  come
affermavano  gli  epicurei  e  gli  stoici  antichi:   la   critica
all'epicureismo, visto come lo spazio del non-politico che  assedia
e  minaccia  la citt della politica,  una costante degli  scritti
filosofici di Cicerone, che pure, in privato, apprezzava  l'arte  e
l'ingegno dell'epicureo Lucrezio.(23)
     La  virt  non  coincide con la "liberazione  dalle  passioni"
attraverso  l'uso  della ragione, ma con la guida  razionale  delle
passioni, che di per s hanno un ruolo positivo e propulsivo  nelle
azioni  umane.  La  virt  applicazione delle passioni  alla  vita
dello  stato. Cicerone, testimone delle guerre civili, bandisce  la
violenza come strumento della politica, ma riconosce essenziale  la
partecipazione  alla vita politica, come sintetizza  nella  celebre
frase Cedant arma togae(24).

